Un impegno che può costare caro

Grand Ethiopian Renaissance Dam
Una volta completata, la Grande Diga del Rinascimento in Etiopia (GERD), che sbarra il fiume Nilo Blu, sarà la più grande centrale idroelettrica dell'Africa.
2.7.2020
Articolo global
Per decenni il modello di sviluppo neoliberale ha consapevolmente ignorato la soppressione dei diritti umani e dei suoi difensori. È giunto il momento di un cambiamento di paradigma.

Secondo il Business and Human Rights Center, solo nel 2019 sono stati registrati 572 attacchi contro difensori dei diritti umani e attivisti ambientali nell’ambito delle attività aziendali. Circa un terzo ha coinvolto delle donne. Questi attacchi andavano dall'immediato licenziamento, come in Bangladesh, dove 12’000 lavoratrici tessili sono state licenziate dopo delle proteste, all’intimidazione, alle violenze da parte della polizia fino agli omicidi. Nella stragrande maggioranza dei casi questa repressione non ha avuto alcun seguito per i suoi autori, poiché il governo e le imprese hanno unito le loro forze in nome dello "sviluppo". Le persone che si oppongono all'accaparramento delle terre, all'avvelenamento dei fiumi o alla distruzione dei loro mezzi di sussistenza sono spesso generalmente identificate come nemiche dello sviluppo dai governi e dalle imprese coinvolte.

Le banche di sviluppo sono frequentemente coinvolte nel finanziamento di queste attività. Un rapporto della Coalizione per i diritti umani nello sviluppo (Coalition for Human Rights in Development) analizza il ruolo delle banche di sviluppo in 25 progetti infrastrutturali e di sviluppo che hanno portato a una repressione massiccia. Tra i progetti analizzati, undici includevano finanziamenti dalla Società finanziaria internazionale (SFI) ed erano finanziati da altre sotto-organizzazioni della Banca mondiale. I casi di studio includono la repressione da parte della polizia sudafricana di uno sciopero all’interno di una società mineraria finanziata dalla SFI nel 2012, noto come il massacro di Marikana. Ha causato 34 morti ed è considerata la più sanguinosa azione violenta del governo sudafricano dal 1960. Altri casi analizzati includono ad esempio l'omicidio di Gloria Capitan, che si è espressa contro il grave inquinamento atmosferico causato dai progetti di investimento nel carbone finanziati dalla SFI nelle Filippine, o ancora l'incarcerazione del pastore Omot Agwa, che aveva sostenuto la popolazione indigena Anuak dell'Etiopia nella denuncia di trasferimenti forzati contro la Banca mondiale. Il rapporto arriva alla conclusione che le banche di sviluppo generalmente non fanno nulla per combattere la repressione legata ai progetti che essa finanzia. Le reazioni arrivano troppo tardi   e sono troppo timide, gli attivisti interessati raramente sono risarciti e rimangono esposti senza protezione a una repressione ancora maggiore. Spesso i governi e le aziende coinvolte nelle violazioni dei diritti umani continuano a ricevere fondi dalle banche di sviluppo, anche dopo che le misure di repressione e di ritorsione sono diventate pubbliche.    

Negli ultimi anni, i diritti della società civile sono stati ulteriormente limitati in molti paesi, rendendo sempre più difficile e pericoloso per gli attivisti opporsi alle politiche del loro governo o ai cosiddetti progetti di sviluppo. Le misure adottate per combattere l'attuale pandemia da coronavirus esasperano ulteriormente questa tendenza in molti Paesi. È quindi tanto più cruciale che le imprese, gli investitori e le banche di sviluppo combattano questa evoluzione, coinvolgano fin dall'inizio la popolazione interessata nei loro progetti e si impegnino chiaramente a favore della protezione dei diritti umani. Eppure, nel marzo 2020, un gruppo di 176 investitori internazionali che gestiscono una fortuna di oltre 4’500 miliardi di dollari ha scritto una lettera aperta alle 95 società che hanno ottenuto i peggiori risultati di dovuta diligenza in materia di diritti umani, esortandole ad assumersi le proprie responsabilità. Allo stesso tempo, la Banca Mondiale ha emesso una dichiarazione contro le misure di ritorsione.

Le belle parole non bastano: il concetto di sviluppo deve essere oggetto di un dibattito critico e aperto a modelli di sviluppo alternativi che si discostino dal modello di crescita neoliberale ad alto consumo di risorse. L'Agenda 2030 delle Nazioni Unite in questo caso può servire da punto di riferimento: offre una visione olistica dello sviluppo in cui tutti - Paesi ricchi e Paesi poveri - sono chiamati a ridurre le disuguaglianze e a promuovere la sostenibilità ambientale, sociale ed economica; e in virtù del principio di non lasciare indietro nessuno (leave no-one behind), lo sviluppo deve concentrarsi sulle esigenze delle fasce più povere ed emarginate della popolazione.
 

Pubblicato il 1.07.2020

Su Il Corriere degli Italiani cartaceo

(Traduzione: Laura Francioli)

Breve storia dello "sviluppo"

kl.

Nel 1949, il presidente degli Stati Uniti Harry S. Truman ha dichiarato per la prima volta in un discorso alla nazione che le ricche nazioni "sviluppate" dovevano approfittare dei progressi compiuti per aiutare i Paesi "sottosviluppati", più poveri, nel loro sviluppo. Fu allora che prese forma un'immagine lineare, depoliticizzata e profondamente capitalista dello sviluppo. Grazie al duro lavoro, al fervore e all'innovazione, l'Occidente avrebbe così tratto vantaggio rispetto ai Paesi poveri sulla strada dello sviluppo. Non una parola sulla schiavitù, sull’imperialismo e sul colonialismo che erano alla base di questa "ascesa allo sviluppo". I Paesi più poveri avrebbero dovuto solo creare le condizioni politiche ed economiche adeguate e, con il generoso aiuto delle nazioni più ricche, avvicinarsi al loro tenore di vita. Le condizioni generali della politica di sviluppo propagandata dall'Occidente sono state tuttavia concepite fin dall'inizio per garantire alle imprese e ai governi occidentali il libero accesso alle indispensabili materie prime e alle risorse dei Paesi poveri; e il cosiddetto aiuto allo sviluppo era generalmente legato a condizioni che garantissero alle imprese occidentali gli sbocchi in questi Paesi.  Il termine inglese "tied aid" si è imposto per indicare questo aiuto vincolato.  

Oggi diversi concetti di sviluppo sono in concorrenza tra loro e l’aiuto allo sviluppo è cambiato moltissimo. Si è in gran parte allontanato dal principio dell'aiuto vincolato e si basa maggiormente sulla cooperazione con la popolazione locale, da cui il termine cooperazione allo sviluppo, un termine che però non si è mai affermato pienamente nel linguaggio comune.     

Il modello di sviluppo dominante propagato dalla maggioranza dei governi e delle istituzioni internazionali influenti - Banca mondiale e Fondo monetario internazionale in testa – rimane tuttavia basato sull'attrazione di investitori diretti stranieri e sulla liberalizzazione del commercio, che dovrebbe portare all'obiettivo finale della crescita economica. I Paesi in via di sviluppo sono "aiutati" in questo contesto ad attrarre investitori coinvolti in progetti infrastrutturali, agricoli ed energetici su larga scala, spesso focalizzati principalmente sulla promozione delle esportazioni. Da parte loro, i governi si impegnano a smantellare le normative commerciali protezionistiche, ad attivare le privatizzazioni e a mettere a disposizione degli investitori terre e risorse a condizioni di favore. Sono spesso gli ambienti vicini al governo a beneficiare maggiormente della presenza degli investitori stranieri, data la corruzione generalizzata. E questi ambienti sono disposti ad essere lassisti quando si tratta di proteggere i diritti umani e l'ambiente.