Gli gnomi vogliono restare piccoli

Cortile della sede centrale del Credit Suisse vicino alla Paradeplatz di Zurigo
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Attualmente la maggior parte degli elvetici pensa che il segreto bancario sia morto e sepolto. Ma, a guardar bene, non si può che constatare che il morto è ancora vivo e vegeto.

«Gli gnomi di Zurigo»: è così che George Brown, ministro inglese degli Affari esteri nel 1964, soprannominava i banchieri della Paradeplatz. L’immagine di nani avidi che aspirano unicamente a contare con zelo le loro monete d’oro nelle grotte delle loro montagne, pronti a tutto per respingere coloro che vorrebbero accaparrarsi il loro tesoro, ha fatto il giro del mondo. Impregnando ulteriormente l’immagine che ci si fa della Svizzera all’estero, analogamente agli orologi, al cioccolato e al formaggio. Ma, a differenza di questi due ultimi prodotti, il settore finanziario riveste effettivamente una portata economica per la Svizzera. Finora gli gnomi sono rimasti valorosi. Ancora nel 2008, il ministro svizzero delle Finanze, Hans-Rudolf Merz, s’inseriva pienamente nella loro tradizione. Nella sala del Consiglio nazionale, scuro in viso, avvertiva l’UE e gli Stati Uniti: «Sul segreto bancario finirete col rompervi le corna», aveva detto, quando questo era a un niente dal crollo. Oggi non si può far altro che constatare che non aveva interamente torto. 

Da un anno, in Svizzera, è entrato in vigore lo scambio automatico di dati bancari con certi Stati partner. Si è propensi a dire che ciò costituisce un colpo fatale per il segreto bancario. Ma le nuove regolamentazioni, e le turbolenze degli anni susseguenti alla crisi finanziaria del 2008/2009, non hanno fatto troppo male alla gestione della fortuna elvetica. Secondo l’Associazione svizzera dei banchieri, nel 2017, le banche del nostro Paese hanno gestito circa 6 650,8 miliardi di franchi. Di più rispetto al 2006, un anno prima della crisi finanziaria, in cui si erano raggiunti circa 5000 miliardi. Tuttavia, dodici anni fa, il denaro proveniente dall’estero era maggiore: il 60 % contro l’attuale 48 %. Ma sul piano internazionale, la Svizzera continua a fare affari: oggi un quarto di tutti gli attivi transfrontalieri sono gestiti tra il Lemano e il lago di Costanza. La Svizzera resta così, e di gran lunga, la più importante piazza finanziaria offshore al mondo.

Il segreto bancario si basa su due articoli di legge, risparmiati per il momento dai drammi degli ultimi dieci anni: l’articolo 47 della Legge federale sulle banche e le casse di risparmio condanna le banche e i loro impiegati a delle pene che possono raggiungere i tre anni d’imprigionamento, qualora dovessero trasmettere i dati dei clienti a dei terzi non autorizzati. Questo testo ha permesso di portare dinanzi ai tribunali svizzeri dei lanciatori d’allerta come gli ex impiegati d’istituti bancari Hervé Falciani e Rudolf Elmer che – senza nessuna motivazione personale – hanno rivelato delle pratiche d’evasione fiscale che andavano chiaramente contro gli interessi delle comunità democratiche. Mentre per quanto riguarda l’articolo 127 della Legge sull’imposta federale diretta, esso stabilisce questa distinzione molto elvetica e unica al mondo tra l’evasione fiscale – ossia l’omissione di attestazioni riguardanti gli attivi nelle dichiarazioni fiscali – e la frode fiscale – ossia le false dichiarazioni di reddito o degli attivi imponibili. Evelyn Widmer-Schlumpf, a quel tempo ministra delle Finanze, voleva radiare questa differenza riformando il diritto fiscale penale. Grazie a una solida maggioranza in Parlamento, e in collaborazione con l’attuale ministro delle Finanze Ueli Maurer, i rappresentanti della piazza finanziaria dell’UDC, del PLR e del PDC si sono assicurati, dal 2015, che quest’affare, caro all’ex nemica giurata di Christoph Blocher, non figuri più all’ordine del giorno. 

I ricchi abitanti della Svizzera possono quindi tranquillamente continuare a sottrarre il loro denaro al fisco, coperti dalla legge e con l’aiuto dei loro amministratori patrimoniali. Il diritto svizzero in vigore protegge dunque ancora i frodatori e le frodatrici. Per contro, nel nostro Paese, le persone che rivelano al pubblico informazioni preziose sull’opacità dell’industria finanziaria rischiano di trascorrere alcuni anni in prigione.

Né le banche né le autorità elvetiche divulgano l’origine dei circa 3000 miliardi d’attivi esteri gestiti dalla Svizzera. E nemmeno si preoccupano di sapere se sono tassati nel loro Paese d’origine. Lo scambio automatico internazionale d’informazioni sui dati dei clienti bancari tra autorità fiscali (SAI) non serve del resto a molto in quest’ambito: per ora la Svizzera l’ha istituito solo per le nazioni europee, per alcune piazze finanziarie importanti in Asia e per i Paesi emergenti. Dunque solo dove sono in gioco gli interessi personali essenziali dell’economia svizzera. 

Nel frattempo, le autorità dei Paesi poveri e svantaggiati rimangono nell’ignoto. Mentre proprio le popolazioni e le comunità di queste stesse nazioni avrebbero un maggior bisogno di finanziamenti pubblici per costruire infrastrutture per la salute, l’educazione e il trasporto.

Un miliardario dello Zambia, che avrebbe fatto fortuna investendo nelle materie prime, può quindi tranquillamente sottrarla alle autorità svizzere e zambiane ricorrendo alle strutture offshore internazionali alle quali la piazza finanziaria svizzera gli dà accesso. 

Per tutti coloro che non sono direttamente implicati nel sistema (amministratori patrimoniali, studi legali, banche d’investimento o società di consulenza), o che nel migliore dei casi lo sono solo in maniera indiretta (autorità fiscali svizzere), queste transazioni rimangono quasi sempre invisibili. Ciò significa che gli Stati non possono assicurarsi che i fondi offshore siano tassati e ridistribuiti in modo sensato nella società unicamente cooperando. E ciò sarebbe perfino necessario, per lottare veramente contro le disuguaglianze di ricchezza che infieriscono a livello mondiale e che, in numerosi luoghi, ostacolano la salvaguardia o lo sviluppo delle comunità democratiche. Bisognerebbe aumentare e rendere più equi i flussi d’informazione tra gli Stati. E anche i registri che repertoriano i beneficiari effettivi di trust, fondazioni e società schermo, in cui i dati contabili delle società mondiali dovrebbero essere accessibili al pubblico. È questo il prezzo da pagare per giungere a una trasparenza del sistema finanziario. Soprattutto nel Sud, come pure in qualsiasi posto in cui delle cittadine e dei cittadini critici, dei giornalisti o delle organizzazioni non governative permettono alle loro élite d’impegnarsi per una maggior responsabilità politica nei confronti delle loro comunità; indipendentemente dal sapere e dalla pratica di autorità in parte parziali, corrotte o semplicemente sopraffatte dagli eventi.

Le strutture di dissimulazione dei capitali nel sistema offshore sono dunque organizzate da molto tempo in maniera transnazionale. Ciò non dispensa però le nazioni, in cui il settore finanziario è forte, dalla responsabilità specifica che hanno verso la società mondializzata. Oggi il sistema finanziario si trova ormai a fine corsa ed è colmo di vuoti giuridici: Global Financial Integrity (GFI), un gruppo di riflessione basato a Washington, stima che nel 2014, un bilione di dollari di flussi finanziari d’origine dubbiosa – corruzione, riciclaggio, frode ed evasione fiscale di privati e imprese – è transitato da piazze offshore. Proveniva esclusivamente da Paesi in via di sviluppo ed emergenti. A titolo di confronto, ricordiamo che la totalità della cooperazione allo sviluppo nel mondo vale attualmente circa 160 miliardi di dollari all’anno. Per finanziare i nuovi obiettivi di sostenibilità, iscritti nell’Agenda 2030 dell’ONU, occorrerebbero ogni anno nel mondo dai 5000 ai 7000 miliardi, ossia più o meno l’equivalente delle somme depositate presso le banche svizzere. 

Il sistema offshore è dunque deleterio per la società mondiale. Capire il suo funzionamento è anche una questione di soldi: se delle cittadine e dei cittadini, dei giornalisti, delle ONG, dei rappresentanti della società civile desiderano interessarsi al modo in cui il denaro circola nel sistema, devono ricorrere a dei servizi d’informazioni finanziarie, come Moodys o Thompson Reuters, e sborsare fino a 200 000 franchi per un abbonamento annuale che dà accesso a delle banche dati. In quest’ambito sarebbe essenziale una vera trasparenza. Poiché dove non ci sono soldi da distribuire, provenienti da entrate fiscali, il popolo e i parlamenti non possono praticamente decidere nulla. In teoria l’opinione pubblica democratica dovrebbe sapere chi versa quanto sul conto della democrazia. 

Ora, il mondo politico svizzero non se ne preoccupa granché, malgrado il ruolo decisivo che rivestono la piazza finanziaria e le imprese svizzere in queste disuguaglianze mondiali e malgrado il flagrante deficit democratico prodotto dall’industria offshore. Dalla destra al centro, ci si compiace nel farsi più piccoli di quanto si è, minimizzando il ruolo internazionale della potente piazza finanziaria e commerciale elvetica sul piano internazionale. Si fa finta d’essere solo un minuscolo Stato neutrale, insignificante nella geopolitica mondiale e nella politica finanziaria e fiscale internazionale. Gli gnomi affermano volentieri che, quando non si è grandi, è meglio prima di tutto guardare dove ci si situa nel contesto mondiale dei giganti. Ma non dimentichiamo che non è altro che una favola di nani tagliata su misura per loro, nonché il pregiudizio d’un uomo che non molto tempo fa fu ministro inglese degli Affari esteri. Per astenersi dall’ostacolare uno sviluppo sociale ed ecologico durevole nel mondo, la Svizzera dovrà cambiare paradigma in materia di politica finanziaria e fiscale.

Questo articolo è apparso per la prima volta sulla rivista «moneta÷ della Banca Alternativa Svizzera. Dominik Gross lavora sulla storia della scienza dell’economia ed è responsabile della politica fiscale e finanziaria internazionale presso Alliance Sud.

Pubblicato il 3 ottobre 2018

Su Il Corriere degli Italiani

(Traduzione di: Fabio Bossi)

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