Il Green New Deal secondo Pettifor

La centrale solare di Noor 3 vicino a Ouarzazate, nel sud del Marocco
18.6.2020
Articolo global
Una risposta efficace ai problemi legati al clima non può limitarsi alle politiche d’investimento sostenibile e allo scambio di quote di CO2. L’economista britannica Ann Pettifor auspica una riforma sostanziale del sistema finanziario e fiscale

Uno slogan è onnipresente nelle manifestazioni del movimento per il clima: da Kiruna a Città del Capo e da Toronto a Tokyo, i cartelloni dei manifestanti riportano il messaggio «cambiare il sistema, non il clima». Coloro che sono seriamente preoccupati per la crisi climatica sanno che la trasformazione ecologica deve spingersi ben oltre ai risultati emersi dalle conferenze dell’ONU sul clima e dal dibattito svizzero riguardante la legge sul CO2. Come realizzare questo cambiamento di sistema? Come dovrebbe essere strutturato il sistema finanziario globale così da non ostacolare il cambiamento ecologico della società su scala mondiale, ma piuttosto incentivarlo? Con «The Case for the Green New Deal», l’economista britannica Ann Pettifor ha presentato, nell’autunno 2019, un libro che si prefigge di offrire risposte concrete proprio a queste domande. In sostanza, per l’autrice, Green New Deal («nuovo corso verde») significa il raggiungimento di una società con accesso garantito per l’intera popolazione all’istruzione e all’assistenza sanitaria, con un’economia basata sulle energie rinnovabili, con elevati tassi d’occupazione e un sistema di trasporto pubblico ecologicamente sostenibile; e soprattutto una società che abbia superato il paradigma della crescita.

Secondo Pettifor, dal dibattito relativo al sistema finanziario più idoneo emerge un aspetto cruciale del potere politico: chi può decidere dove e a quali condizioni il capitale viene investito ha un’influenza determinante sull’economia politica e plasma, quindi, l’architettura del sistema sociale. Nel contesto della svolta ecologica, Pettifor s’interroga sulla necessità di proseguire nella direzione di un sistema finanziario orientato alla soddisfazione degli interessi specifici dei detentori di capitali. Oppure, se lo stesso sistema, in tempi di crisi climatica, possa essere organizzato con lo scopo di costruire e consolidare strutture sociali in grado di garantire il permanere dei fondamenti della civiltà umana. L’attuale premessa del sistema finanziario, secondo la quale ogni investimento debba generalmente avere un margine di profitto intrinseco, presuppone l’imperativo della crescita. Tuttavia, per Pettifor, la crescita economica è possibile solo tramite lo sfruttamento delle risorse fossili e del lavoro umano, con tutte le distorsioni ecologiche e sociali che ne derivano. Per questo motivo, l’attuale architettura dei mercati finanziari rende la trasformazione ecologica irrealizzabile.

Un piano a tre fasi

Il piano di Pettifor per l’attuazione del Green New Deal (GND) si fonda su tre premesse.

In primo luogo, non abbiamo più tempo. Entro i prossimi dieci anni dovremo ridurre a zero le emissioni fossili di CO2 in tutto il mondo. Altrimenti non raggiungeremo l’obiettivo, fissato dall’Accordo di Parigi sul clima, di contenere l’aumento delle temperature sotto la soglia dei 2°C. Per sperare nelle innovazioni tecnologiche in grado di risolvere la contraddizione tra crescita ed ecologia è troppo tardi. Non resta che cambiare il più rapidamente possibile le regole del nostro sistema finanziario.

Secondariamente, per il raggiungimento dello «zero netto» entro il 2030, le risorse finanziarie che gli Stati firmatari hanno promesso, in seno all’Accordo di Parigi sul clima, non sono sufficienti.

Infine, per raggiungere questi obiettivi rapidamente e in modo completo e democraticamente legittimato, la transizione ecologica deve essere socialmente giusta.

Per Pettifor, il GND è necessariamente un progetto globale, per la semplice ragione che le basi naturali della vita – dipendenti in modo cruciale dal clima – non conoscono confini. La realizzazione del GND deve essere però promossa principalmente all’interno degli Stati. Per quale ragione? Perché Pettifor, data la costituzione delle istituzioni multilaterali responsabili, non confida nelle loro capacità di trovare la forza politica indispensabile per la realizzazione di quest’ambizioso piano. L’economista conta in particolare sulle reti globali di movimenti sociali e della società civile; esse possono sviluppare congiuntamente obiettivi politici transnazionali e promuoverli nei rispettivi contesti nazionali. Secondo Pettifor, questo processo deve compiersi imperativamente nell’ambito di strutture democratiche. Per riunire le maggioranze politiche necessarie, il «nuovo corso verde», deve portare progresso sociale alle persone socialmente svantaggiate, deve prestare attenzione alle preoccupazioni femministe e integrare la lotta contro le disuguaglianze sociali e la povertà nei Paesi del Sud del mondo.

L’autrice ammette che si tratta di requisiti molto impegnativi; dal loro raggiungimento dipende, però, niente di meno che la sopravvivenza della civiltà umana. Nel prossimo decennio, solo un forte coordinamento politico di questo processo può mobilitare, in breve tempo, gli enormi mezzi finanziari utili per l’attuazione della transizione ecologica. La politica, più di ogni altro settore, può dirigere i flussi di denaro sui mercati finanziari là dove sono urgentemente necessari per la risoluzione del problema climatico. Gli Stati, confrontati con emergenze specifiche, come la minaccia nazista durante la seconda guerra mondiale e la stabilizzazione finanziaria globale dopo la crisi del 2008, hanno dimostrato, sul breve periodo, di poter realizzare alcuni mega-progetti; negli esempi precitati in brevissimo tempo, enormi fondi statali sono stati mobilitati in tutto il mondo per gli eserciti e il salvataggio dell’industria finanziaria. Tuttavia, per ottenere questi risultati, gli Stati avrebbero bisogno di un margine di manovra sul piano economico equivalente a quello ottenuto negli episodi critici passati; un’autonomia che l’attuale sistema finanziario non concede loro. Si deve intraprendere quindi la riforma di questo sistema.

 

Un progetto di riforma basato su tre pilastri

1. L’industria offshore mondiale deve essere eliminata. Quest’industria consente oggi la circolazione, a scala globale, di miliardi di dollari non tassati, privando così i servizi pubblici del mondo intero di entrate annue di centinaia di miliardi di dollari. I flussi di capitale all’interno dei gruppi d’imprese multinazionali e nella gestione degli attivi devono essere resi noti e i relativi utili devono essere ridistribuiti equamente su base planetaria. Pettifor si attiene così alle analisi della Global Alliance for Tax Justice (GATJ), di cui Alliance Sud è membro.

2. Sono necessarie nuove regole per i mercati finanziari in modo da consentire alla politica di mobilitare capitali privati per investimenti pubblici da impiegare nella transizione ecologica. In un sistema finanziario GND, come lo concepisce Pettifor, le entrate fiscali non servono solo a finanziare la spesa pubblica. Tenuto conto del bilancio finanziario rafforzato, lo Stato può essere considerato un debitore affidabile anche dai creditori privati e può quindi utilizzare questi prestiti, a tassi d’interesse moderati, per gli investimenti GND. A tal fine, sono però essenziali nuove regole di politica monetaria e fiscale. Pettifor rileva che i finanziatori su scala globale beneficiano in larga misura delle attività del settore pubblico finanziato dalle imposte, in particolare dei servizi e delle risorse delle banche centrali. L’autrice vede in questo legame un’opportunità importante per la politica. Ad esempio, la crisi finanziaria del 2008 ha mostrato a che livello i settori chiave – come il settore finanziario in Svizzera o l'industria automobilistica negli USA – minacciati di estinzione a causa di una crisi sistemica, dipendano dalle risorse pubbliche. In futuro, la dipendenza dell’economia privata nei confronti dello Stato, visto come «creditore di ultima istanza», dovrà essere utilizzata dalla politica per mettere il capitale privato al servizio dell’interesse generale. Una forte autorità fiscale dotata di un ampio margine di manovra economico è particolarmente cruciale per i Paesi del Sud: mentre in Europa e America del Nord le liberalizzazioni degli ultimi quarant’anni hanno portato a privatizzazioni del servizio pubblico e a una corrispondente perdita di potere nella politica democratica, nei Paesi africani e dell’America Latina il paradigma neoliberale ha reso più difficile la costruzione autonoma di servizi pubblici stabili. L’abolizione dei confini nazionali per i movimenti internazionali di capitali ha costretto molti Paesi del Sud a sottomettersi ai regimi di credito e d’indebitamento del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca Mondiale, riportandoli così a una situazione che ricorda l’epoca dei rapporti di dipendenza coloniali. In tempi di crisi climatica, la ristrutturazione sistemica è quindi sempre più urgente, anche nel Sud del mondo. Porre fine all’evasione fiscale esorbitante delle ex colonie, di cui la Svizzera beneficia ancora in larga misura, permetterebbe finalmente al settore politico dei Paesi del Sud di sviluppare concetti economici che libererebbero questi ultimi dalla dipendenza finanziaria e politica di donatori stranieri preoccupati per i propri interessi.

3. Per Pettifor, le banche centrali svolgono un ruolo chiave nel finanziamento del «nuovo corso verde». Dopo la crisi finanziaria, con la loro politica di tassi d’interesse bassi e persistenti, esse smentiscono la visione ortodossa della teoria della politica monetaria secondo la quale: tassi d’interesse bassi e persistenti al di fuori dei periodi di crisi conducono a un'alta inflazione e quindi alla distruzione di valore. Pettifor vuole impiegare questa politica dei tassi d’interesse per finanziare il GND, ma perché questo si realizzi, le banche, i grandi investitori e i ricchissimi non devono più essere i principali beneficiari. Il denaro a basso costo deve andare a vantaggio di società intere. A tal fine, occorre comunque rimuovere i freni all’indebitamento che limitano fortemente un nuovo debito pubblico, cioè il prestito per gli investimenti pubblici. Freni che non portano a un rafforzamento del settore pubblico, ma promuovono, invece, una rigorosa politica di risparmio. Dal 2008, questa politica ha determinato nuove privatizzazioni dei beni pubblici e di conseguenza un incremento di potere degli investitori privati a scapito della politica. In questo senso, i freni all’indebitamento erodono il potere decisionale della democrazia e proteggono il potere sociale di soggetti finanziariamente forti contro gli interessi delle collettività democratiche.

 

Privilegiare l’attività piuttosto che il denaro

Il Green New Deal, di Ann Pettifor, intende far trionfare un’economia ecologica senza crescita. In questa economia di Stato stabile (Steady-State-Economy), il lavoro locale e dignitoso deve prevalere sull'uso di combustibili fossili e sullo sfruttamento dei lavoratori del Sud, il cui salario spesso non è sufficiente per vivere decentemente. Le economie dei Paesi ricchi diventerebbero ad alta intensità di manodopera anziché ad alta intensità di capitale; i Paesi del Sud si liberebbero così dalla pressione salariale che mantiene ancora in povertà gran parte della loro popolazione. Molte attività, che abbiamo delocalizzato dalle nazioni di antica industrializzazione verso i Paesi a basso salario, ritornerebbero alle regioni d’origine. Invece di produrre beni nuovi a basso costo, faremmo molto di più che assicurare un semplice monitoraggio: restaureremmo, ripareremmo e trasformeremmo anche nei Paesi in cui l’industria dei servizi è attualmente dominante. Queste attività sarebbero finanziate indirettamente o direttamente da investimenti pubblici. Secondo Ann Pettifor, se questi investimenti affluissero in una società ad alta intensità di manodopera ben remunerata, si eviterebbe la distruzione di valori economici da parte di denaro a basso costo. A suo avviso, le istituzioni pubbliche forti devono garantire l’equilibro tra domanda e offerta di opportunità d’investimento. L'economia porterebbe a un ciclo senza crescita assicurando, però, l'esistenza di tutti. Gli unici perdenti sarebbero le parti della minuscola minoranza globale che oggi vive facendo fruttare il proprio capitale, questo esclusivamente sulle spalle di miliardi di persone.

In definitiva, Ann Pettifor vuole capovolgere il principio alla base della nostra società: mentre oggi facciamo unicamente quello che possiamo permetterci, in futuro dovremmo poterci permettere tutto quello che siamo in grado di fare («we can afford, what we can do»).

Ann Pettifor, The Case for the Green New Deal, édition Verso, 2019, ca. 24 franchi

(Traduzione: Zeno Boila)