Il settore privato:uno specchietto per le allodole

Le forze dell’ordine ricorrono spesso alla violenza per contrastare le proteste della società civile. Foto: Manifestazione a Ginevra contro il presidente camerunese Paul Biya.
Articolo global
La privatizzazione del finanziamento dello sviluppo minaccia d’occultare delle questioni cruciali di politica fiscale e finanziaria. Per la Svizzera, non cambiare rotta equivarrebbe a firmare l’atto di morte dell’attuazione dell’Agenda 2030

Regna un fantasma nella comunità dello sviluppo internazionale: l’idea di poter servire simultaneamente gli interessi dei finanziatori e quelli della collettività. Questo fantasma non è nuovo. Dalla svolta neoliberale della metà degli anni ’70, s’è rivelato molto unilateralmente produttivo, specialmente nei Paesi prosperi dell’emisfero Nord, membri dell’OCSE: qui i prodotti interni lordi sono fortemente aumentati, ma con un prezzo da pagare: la crescita delle disuguaglianze tra i ricchi e i poveri. Sono sorti dei nuovi settori a bassa retribuzione, i sistemi di sicurezza sociale e il servizio pubblico sono stati indeboliti. Una politica sempre più impotente e un’economia molto volatile sono confrontate a delle questioni sempre più impellenti sulle ragioni della loro esistenza a livello sociale.

Malgrado questi minacciosi divari, attualmente sono in corso a diversi livelli dei tentativi per promuovere la privatizzazione del finanziamento dell’Agenda 2030 dell’ONU. Anche la Svizzera lo illustra bene. Appena arrivato al Governo, il ministro degli Affari esteri Ignazio Cassis tenta, con i suoi colleghi del Consiglio federale, d’incentivare una politica economica estera che minaccia di ridurre una politica di sviluppo coerente in termini di diritti umani ed economia in uno strumento di promozione delle esportazioni e di prevenzione della migrazione. Ci si dimentica, in questo contesto, che il settore privato non è che uno tra i vari strumenti di finanziamento dello sviluppo. È perlomeno la decisione che gli Stati membri dell’ONU avevano preso nel 2015 nel Programma d’azione di Addis Abeba (AAAA) durante la terza Conferenza delle Nazioni Unite sul finanziamento dello sviluppo. La mobilitazione di entrate fiscali a favore di servizi pubblici forti e le risorse dell’aiuto pubblico allo sviluppo sono almeno altrettanto essenziali.

Degli investimenti esteri sopravvalutati

A ciò s’aggiunge che l’influenza degli investimenti esteri diretti sulla crescita economica nei Paesi in sviluppo – come definiti nelle categorie della Banca mondiale – è in generale ampiamente sopravvalutato nel dibattito attuale: gli investimenti privati generano il 25% del prodotto interno lordo nei Paesi dell’emisfero Sud.

È questa la conclusione d’un rapporto (Financing for Development and the SDGs) pubblicato nel 2018 da Eurodad, la Rete europea sul debito e lo sviluppo. Ma di questo 25%, solo il 3% al massimo rappresenta gli investimenti esteri diretti; il restante 22% proviene dall’economia nazionale e dalle banche pubbliche di sviluppo. Se il finanziamento svizzero dello sviluppo fosse riportato alla mobilitazione la più efficace possibile d’investimenti esteri diretti, gli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS) dell’Agenda 2030 dell’ONU rimarrebbero irraggiungibili. Poiché, da una parte, questi fondi sarebbero dedotti dall’aiuto pubblico svizzero allo sviluppo e investiti nel settore privato. E, dall’altra parte, le imprese locali dei Paesi del Sud correrebbero il rischio d’essere messe in concorrenza con delle società svizzere. Ora, è stato provato che per l’economia locale e per la creazione d’impieghi stabili e di prosperità, gli impieghi creati e radicati nel territorio locale sono ben più importanti di quelli che dipendono dagli investimenti diretti esteri.

   La pressione attuale a favore dell’idea d’integrare gli interessi privati nel finanziamento dello sviluppo soppianta anche le questioni sistemiche che riguardano le condizioni di politica economica per uno sviluppo sostenibile. Secondo un rapporto del 2018 del Gruppo di riflessione interistituzionale delle Nazioni Unite sul finanziamento dello sviluppo (Inter-Agency Task Force on Financing for Development), gli introiti fiscali sono indispensabili per garantire i servizi pubblici di base e almeno una minima sicurezza sociale: queste entrate sono anche all’origine dei tre quarti degli investimenti nelle infrastrutture dei Paesi in sviluppo. Per una semplice ragione: numerosi investimenti infrastrutturali non possono essere redditizi. Il tasso d’investimento privato nelle nuove infrastrutture create in Cina – il campione incontestato dello sviluppo nel corso degli ultimi trent’anni – è ad esempio quasi nullo. Si sa però che delle infrastrutture di trasporto, d’energia e di comunicazione affidabili e di qualità sono una premessa indispensabile a un’attività produttiva delle imprese. Ciononostante, senza la potenza finanziaria di determinate collettività pubbliche, le imprese non possono assolutamente girare a pieno regime. Anche se è innegabile che gli investimenti sono cruciali per lo sviluppo, è illusorio pensare che il settore privato possa rimpiazzare lo Stato come maggior motore dello sviluppo. Al contrario, questo settore dipende in modo decisivo dallo Stato.

   È quindi ancor più rovinoso il fatto che, nell’ambito del suo nuovo Messaggio sulla cooperazione internazionale (2021-2024), il Consiglio federale non s’interessi molto ai malfunzionamenti del sistema fiscale e finanziario internazionale – e soprattutto all’origine del plusvalore economico da cui la Svizzera trae una parte sostanziale della sua prosperità. Il nostro Paese rimane la più grande piazza finanziaria extraterritoriale (offshore) del pianeta, attira le multinazionali grazie alla sua strategia di bassa imposizione e continua a lottare contro il riciclaggio di denaro in maniera troppo poco coerente. Gli economisti vicini al francese Gabriel Zucman hanno stimato recentemente che il 28% delle entrate provenienti dall’imposizione delle imprese in Svizzera era imputabile ai soli utili generati altrove. In questo modo la Svizzera priva il pianeta d’almeno 73 miliardi di dollari di utili imponibili delle società. Senza menzionare, in questo contesto, l’evasione fiscale delle persone fisiche originarie dei Paesi in sviluppo poveri che nascondono il loro denaro in strutture offshore transnazionali, molto spesso amministrate dalla Svizzera. Si tratta qui di miliardi di franchi.

La contestazione incombe sempre più nel mondo

I grandi movimenti contestatari che hanno avuto luogo in questi ultimi anni, in numerosi Paesi emergenti e in via di sviluppo, dimostrano che lo sviluppo sostenibile, che pure gode d’un sostegno democratico, non può concretizzarsi senza degli Stati di diritto ben dotati di mezzi finanziari: in Tunisia, l’assenza di prospettive e una crisi alimentare imminente in seno alla classe operaia rurale hanno provocato la primavera araba nel 2011. Aumentando la tassa al consumo, lo Stato tunisino aveva tentato di compensare un ammanco d’entrate provenienti dall’imposizione delle imprese e di garantire il finanziamento del debito con il Fondo monetario internazionale. In Brasile, nel 2014, l’aumento del prezzo dei biglietti dei trasporti pubblici locali è stato all’origine di grandi disordini sociali, un po’ come sta avvenendo attualmente in Cile. In Libano e in Iraq, le persone protestano anche contro la cattiva gestione e la cleptocrazia dei privilegiati – spesso mettendo in pericolo la loro vita.

   Ciò dimostra bene che se la Svizzera intende promuovere l’economia locale nei suoi Paesi partner e rafforzare i suoi sforzi a favore d’una società pacifica e democratica, deve prima di tutto fare ordine in casa sua: deve oltrepassare il modello economico della sua piazza finanziaria e come sede di numerose multinazionali, che si basa sull’appropriazione della ricchezza creata altrove. Deve quindi portare avanti una politica che riduca i danni sociali che la creazione della nostra prosperità genera in altre nazioni. Il tempo stringe: tra un decennio saremo già nel 2030.

Pubblicato il 19.12.2019

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( Traduzione: Fabio Bossi )