L’evasione fiscale uccide delle madri

Un'infermiera in formazione presso l'Ospedale Generale di Mzuza in Malawi.
Articolo global
La politica fiscale è affare di una cerchia ristretta di esperti, generalmente di sesso maschile. E' proprio in una prospettiva di parità fra i sessi che ci si rende conto come questa politica influisca sugli aspetti più fondamentali della vita.

L’evasione fiscale uccide delle madri

È il meno che si possa dire: la politica fiscale è qualcosa di piuttosto astratto. A forza di sentire parlare di aliquote fiscali, basi imponibili, scambio automatico di informazioni, trasferimento degli utili, registro degli aventi economicamente diritto, rendicontazioni Paese per Paese oppure – che PricewaterhouseCoopers ci liberi da questo male! –  di imposta sull'utile con deduzione degli interessi, si tende facilmente a dimenticare che la politica fiscale riguarda essenzialmente dei bisogni umani molto immediati. Ad esempio, tutti i bambini e le bambine, in ogni parte del mondo, dovrebbero avere accesso ai servizi di base indispensabili per condurre una vita dignitosa: un’assistenza sanitaria e una scolarizzazione di qualità, delle vie di trasporto e delle infrastrutture sicure, la partecipazione alla vita culturale, politica e sociale.

In alcuni casi, la politica fiscale è semplicemente una questione di vita o di morte. Ad esempio quando una madre, in qualche parte del mondo, muore di parto in un ospedale pubblico mal equipaggiato. Secondo le statistiche sanitarie mondiali relative agli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS) sulla salute dell’Agenda 2030 dell’ONU, pubblicate ogni anno dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), 303'000 donne sono decedute nel 2015 per problemi durante la gravidanza o il parto. Il 99% di queste donne viveva in Paesi che l’OMS definisce in via di sviluppo o emergenti. Quasi due terzi, il 62%, nell’Africa subsahariana. In Svizzera, il tasso di mortalità materna è di cinque decessi ogni 100'000 nascite; in Ghana questo tasso è di 319 e in Nigeria 814. La situazione non è molto migliore per quanto riguarda il tasso di mortalità neonatale: in Svizzera si registrano quattro decessi ogni 1'000 nascite; in Ghana 35 e in Nigeria 70. Eppure, né il Ghana né la Nigeria figurano tra i Paesi più poveri al mondo, anzi: il primo è spesso considerato come uno Stato africano modello dalla comunità internazionale, per la sua stabilità politica; il secondo è visto come un mercato in crescita e un Paese in piena espansione, malgrado una guerra civile in corso nell’est del Paese. I tassi di mortalità materna e neonatale sono però molto più elevati se paragonati ai Paesi europei. Secondo l’OMS, un’attrezzatura medica adeguata potrebbe evitare la maggior parte di questi decessi.

Il Rapporto intermedio 2018 sugli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite indica, per l’obiettivo 3 dell’Agenda 2030 («Garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti a tutte le età»), che dal 1990 il tasso di mortalità materna è diminuito del 37% nel mondo, quello neonatale del 39%. Tuttavia, un parto ragionevolmente sicuro per madre e neonato resta ancora appannaggio di una minima parte della popolazione mondiale. Gli Stati membri dell’ONU hanno di conseguenza raggiunto un accordo, nel 2015, per quanto riguarda l’obiettivo 3 dell’Agenda 2030: ridurre nel mondo intero, entro il 2030, il tasso di mortalità materna a meno di 70 decessi per 10'000 nascite e il tasso di mortalità neonatale a 12 per 1'000 nascite.

Seppur modesti rispetto alle cifre appena citate, questi obiettivi, tutto sommato fissati arbitrariamente, potranno essere raggiunti soltanto con delle riforme fiscali in molti Paesi in via di sviluppo, nelle giurisdizioni a bassa imposizione fiscale e a livello mondiale. Per la maggior parte delle persone al mondo, infatti, l’accesso alle cure mediche dipende esclusivamente dalla qualità dei servizi di sanità pubblica del Paese in cui risiedono e questa qualità dipende a sua volta dalle entrate fiscali che permettono a una collettività di garantire una sufficiente assistenza medica a madri e bambini.

Nella maggior parte dei Paesi in via di sviluppo, la mobilitazione delle risorse fiscali per i servizi pubblici è molto precaria: nei Paesi più poveri, gli introiti fiscali rappresentano in media solamente il 15% del prodotto interno lordo (PIL). Questa cifra è molto più bassa rispetto al 34% del PIL registrato nei Paesi ricchi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). A questo proposito, il Fondo monetario internazionale (FMI) ritiene che il 15% del PIL non sia sufficiente a garantire il buon funzionamento di uno Stato. Uno dei motivi principali di questo grande divario fra la mobilitazione dei soldi dei contribuenti nei Paesi in via di sviluppo e nei Paesi dell’OCSE è la fuga di capitali privati e utili di imprese verso delle giurisdizioni a bassa imposizione fiscale, da dove le multinazionali e i gestori patrimoniali operano su scala mondiale. Questa pratica ha delle conseguenze devastanti: il gruppo di riflessione Global Financial Integrity (GFI), basato a Washington, stima che nel 2014 i Paesi in via di sviluppo e emergenti hanno perso mille miliardi di dollari a causa dei cosiddetti flussi finanziari sleali. Sono i Paesi in via di sviluppo a pagare il prezzo più alto per questa situazione. È vero che anche i Paesi ricchi dell’OCSE perdono importanti risorse fiscali, ma una parte di questi Paesi – non solo i ben noti paradisi fiscali come la Svizzera – utilizza anche vari meccanismi fiscali per far ritornare alcuni capitali in fuga. Al contrario, i Paesi in via di sviluppo non hanno generalmente i mezzi necessari per fare concorrenza agli Stati che cercano di attirare i capitali in fuga.

Tuttavia, è importante notare che la sanità non è l’unico settore in cui i diritti fondamentali di bambine e donne sono ridotti a causa di motivi fiscali. Ogni volta che sono necessarie risorse finanziarie pubbliche per combattere le discriminazioni strutturali fra i sessi, ad es. nell’educazione o nel mercato del lavoro, i diritti delle donne e delle bambine sono i primi ad essere calpestati. La lotta per la parità tra i sessi è quindi legata a una lotta per la giustizia fiscale e per un servizio pubblico adeguatamente finanziato, e viceversa. A maggior ragione quando questa lotta è promossa dalla Svizzera, unita ad una riflessione globale sulle strutture economiche all’origine delle discriminazioni subite da donne e bambine. Perché nonostante tutte le riforme fiscali introdotte negli ultimi anni, la Svizzera rimane sempre la più grande piazza finanziaria offshore e il maggior centro commerciale e finanziario per le multinazionali del mondo intero. I profitti generati all’estero vengono tassati nel nostro Paese, riducendo gli introiti fiscali di altri Stati. Le conseguenze di questo meccanismo possono essere devastanti, già all’inizio di ogni vita umana.

Pubblicato il 26.06.2019

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(Traduzione: Barbara Rossi)