L’inno alla gioia dei Paesi ricchi

"Pecunia non olet" (il denaro non ha odore): al vertice del G20 a Roma a fine ottobre, i capi di stato e di governo si sono riuniti davanti alla Fontana di Trevi per lanciare una moneta in euro coniata apposita-mente per il vertice.
23.2.2022
Articolo global
L'OCSE e il G20 hanno dato la loro benedizione all'introduzione di un'aliquota fiscale minima per le grandi multinazionali. Questa decisione ha portato a forti critiche in Africa, Asia e America Latina.

A metà ottobre, gli oltre 120 Paesi membri del quadro inclusivo sul BEPS dell’OCSE, e per finire anche i Paesi del G20, si sono accordati sull'introduzione di una nuova aliquota fiscale minima internazionale. Le ONG di Africa e Asia che si impegnano per la giustizia fiscale hanno criticato l’accordo trovato all’interno dell’OCSE definendolo un accordo fiscale dei ricchi e i Paesi del G24 - un’alleanza di governi africani e latino-americani di Paesi in via di sviluppo ed emergenti - hanno sottolineato come una perdita di autonomia fiscale nazionale andrebbe di pari passo con le nuove regole: i Paesi che desiderano mantenere le loro tasse digitali unilaterali, o introdurne di nuove, subiranno la pressione delle sanzioni imposte dall’OCSE. Così i Paesi del G77 (il gruppo dei Paesi in via di sviluppo delle Nazioni Unite) hanno presentato una risoluzione a favore di un organismo intergovernativo sotto l’egida delle Nazioni Unite che subentrerebbe all’OCSE nel ruolo di leader politico nel campo della politica fiscale internazionale - e garantirebbe così una rappresentanza molto migliore degli ex Stati coloniali del Sud.

Efficacia zero

Dal punto di vista dei Paesi del Sud, la riforma lascia a desiderare per due motivi principali. Primo: l’intera industria estrattiva e il settore finanziario sono esclusi dalla redistribuzione del substrato fiscale. In gran parte dipendenti dalle industrie estrattive, i Paesi poveri del Sud non avranno quindi diritti aggiuntivi per tassare i profitti di queste industrie. Inoltre, il Pilastro Uno (ridistribuzione dei profitti delle imprese dai Paesi ospitanti ai Paesi di mercato) si applica unicamente alle imprese con un fatturato annuo di 20 miliardi di dollari e un tasso di profitto superiore al 10%. A livello globale, solo un centinaio di aziende sono interessate; in Svizzera probabilmente solo i giganti Novartis, Roche, Nestlé e Schindler. I principali beneficiari di questa ridistribuzione sono i Paesi ricchi con grandi mercati interni come gli Stati Uniti o la Germania. In secondo luogo, l’aliquota fiscale minima del 15% prevista nel Pilastro Due è troppo bassa e può essere applicata solo dal Paese in cui ha sede la società interessata. E anche in questo caso, solo a condizione che questa impresa abbia un fatturato annuo di più di 750 milioni. Questa novità ha degli effetti drammatici per i Paesi in via di sviluppo, che, secondo un calcolo degli economisti Petr Janský e Miroslav Palanský (2019), perdono entrate fiscali di circa 30 miliardi di dollari all'anno a causa dei trasferimenti di profitti alle sedi delle multinazionali del Nord. Una migliore mobilitazione delle entrate fiscali nazionali - che anche la Svizzera definisce come uno degli obiettivi della sua cooperazione tecnica allo sviluppo - può avere successo solo se la fuga della base imponibile verso giurisdizioni a bassa imposizione viene fermata. Da quarant'anni, le multinazionali hanno sviluppato queste pratiche con l'aiuto benevolo degli Stati di domicilio del Nord. I pilastri della riforma oramai adottati dall'OCSE e dai Paesi del G20 non cambieranno questa situazione.

Nuovi casi di evasione fiscale in Svizzera

I casi di evasione fiscale recentemente resi pubblici in imprese come Socfin (commercio di olio di palma e di caucciù), Glencore (petrolio, rame, carbone e altre materie prime) e Nestlé (derrate alimentari), nei quali il nostro Paese a bassa tassazione gioca sistematicamente un ruolo centrale, dimostrano che le nuove regole dell’OCSE sono insufficienti. Mentre lo studio “Cultivating Fiscal Inequality”, appena pubblicato da Pane per tutti, Rete tedesca per la giustizia fiscale e Alliance Sud, rivela che Socfin paga la maggior parte delle sue tasse a Friburgo, in Svizzera, anche se una parte importante delle sue attività si svolge nelle piantagioni della Sierra Leone, della Liberia e della Cambogia e che il valore aggiunto è quindi generato anche in questi Paesi, l’esempio di Nestlé in Marocco sottolinea l’urgente bisogno di una forte amministrazione fiscale nazionale: a causa di calcoli opachi dei prezzi di trasferimento, l’azienda svizzera di tradizione rischia di dover pagare tasse arretrate record di 110 milioni di dollari. Questo non sarebbe stato possibile senza le autorità fiscali che hanno minuziosamente controllato l’impresa. Ma sono proprio queste risorse che mancano a molti Paesi in via di sviluppo. Un altro rapporto pubblicato alla fine di ottobre dall’ONG investigativa CICTAR (Centre for International Corporate Tax Accountability and Research) rivela un trasferimento di profitti del gruppo specializzato in materie prime Glencore, dall’Australia al cantone di Zugo, in relazione alle sue attività legate al carbone. Anche se la pratica non è direttamente collegata alla politica di sviluppo, lo studio mostra come Zugo, cantone dove ha sede Glencore, trae beneficio direttamente da una delle attività più dannose per il clima. Con il suo sistema di bassa tassazione delle imprese multinazionali, la Svizzera non solo si oppone a una trasformazione ecologica e giusta della società mondiale in termini economici. Lo fa anche direttamente sul piano politico.

La Svizzera come avvocato delle multinazionali

Nel quadro di un’alleanza con altre giurisdizioni a bassa imposizione come l’Irlanda, il Lussemburgo, i Paesi Bassi o l’Ungheria, la Svizzera difende sempre le riforme meno vincolanti possibili nei negoziati di politica fiscale all'OCSE. Ne è prova recente una lettera che il ministro delle finanze UDC, Ueli Maurer, ha inviato al nuovo segretario generale dell’OCSE, Mathias Cormann, in agosto per esigere delle deduzioni dell’imposizione minima a favore delle società di gruppi impegnate in attività di ricerca e sviluppo (come i giganti farmaceutici basilesi) e proporre una regola aggiuntiva secondo la quale le multinazionali potrebbero dedurre le tasse pagate sul CO2 dalle loro imposte sugli utili. Una proposta assurda!

Nella sua risposta, il signor Cormann giudica inverosimile la proposta di Ueli Maurer: “Le tasse sul CO2 sono tasse sugli input [le emissioni di CO2 sono tassate nella produzione, nota dell’autore] e non sugli utili [quindi i profitti delle imprese, idem] e quindi non si inseriscono nel quadro concettuale e nella concezione dei due pilastri”. È tanto più notevole in quanto il signor Maurer ha apparentemente avuto più successo con la sua prima richiesta finalizzata a nuove deduzioni fiscali minime per la farmaceutica. Nella “Handelszeitung”, il Dipartimento delle finanze ha annunciato con orgoglio ciò che segue come successo svizzero a Parigi dopo l’accordo dell’OCSE: permettendo alle imprese di richiedere deduzioni per i costi del personale e delle infrastrutture, il loro reddito imponibile è ridotto rispettivamente del 10% e dell’8% nei primi cinque anni dopo l’introduzione dell’imposizione minima (in seguito del 5% in ogni caso). I costi di queste deduzioni sono a carico del fisco svizzero. La Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali (SFI), responsabile presso il DFF, non rappresenta quindi né gli interessi di una comunità mondiale né gli interessi nazionali delle collettività pubbliche svizzere presso l'OCSE, ma semplicemente quelli delle imprese multinazionali con sede nel nostro Paese. Chiunque in Svizzera voglia impegnarsi per una politica fiscale globalmente più equa e per un cambiamento di paradigma nella bassa tassazione svizzera non può contare né sull’OCSE né sul Consiglio federale. Per raggiungere questo obiettivo, bisogna appellarsi alle forze politiche progressiste e alla società civile.

La Svizzera potrebbe migliorare la riforma dell’OCSE

La notizia incoraggiante in questo contesto è che relativamente poche modifiche tecniche potrebbero migliorare l’aliquota fiscale minima elaborata dall’OCSE in modo che anche i Paesi produttori poveri possano beneficiarne: mi riferisco all’aliquota fiscale minima effettiva per le multinazionali (“minimum effective tax rate for multinationals”, METR), sviluppata dalla società civile in cooperazione internazionale con economisti e avvocati fiscalisti e si basa essenzialmente su concetti tecnici analoghi a quelli dell’OCSE. In primo luogo, riorganizza la tassa minima in modo che possa essere attuata congiuntamente da singoli Paesi, o gruppi di Paesi, senza che sia necessario - a differenza dell’attuazione del Pilastro Due dell'OCSE - concludere un nuovo accordo multilaterale o modificare i trattati bilaterali in materia di doppia imposizione, il che è un altro punto debole del concetto dell’OCSE. In secondo luogo, il METR si applica anche ai Paesi di domicilio, vendita e produzione delle multinazionali. In un primo tempo, sono calcolati i profitti totali sottotassati all’interno di un gruppo. Questi ultimi sono definiti da un’aliquota fiscale minima, come nella proposta dell'OCSE. Tutto ciò che è inferiore a quest’aliquota è considerato come sottotassato. Mentre il Pilastro Due dell’OCSE prescrive un’aliquota fiscale minima del 15%, il METR partirebbe da un’aliquota del 25%, avvicinandosi così all’attuale media mondiale, che è appena inferiore.

In una seconda fase, questi profitti sottotassati sarebbero assegnati ai Paesi nei quali la creazione di valore di una multinazionale ha effettivamente luogo. Una formula garantirebbe questa attribuzione. Essa prende in considerazione a) il capitale (attivi fisici), b) il personale e c) i ricavi delle vendite di un’impresa multinazionale in un dato Paese.

In una terza tappa, i singoli Stati possono tassare autonomamente questi profitti localizzati, conformemente alla loro legislazione fiscale nazionale. Questo può garantire, almeno parzialmente, che i profitti di un’impresa multinazionale siano effettivamente tassati là dove un certo valore, da cui i profitti derivano, è prodotto (nei Paesi di produzione) o venduto (nei Paesi di mercato). Il quesito che si pone è se i Paesi che attuano le nuove regole dell’OCSE possono contemporaneamente introdurre un’aliquota fiscale minima superiore al tasso del 15% dell’OCSE. Si tratterebbe di un prerequisito per fare in modo che i Paesi in via di sviluppo le cui attuali aliquote d’imposta sugli utili sono generalmente superiori al 25% possano ugualmente beneficiare del METR.

Se la Svizzera fosse politicamente disposta a ripensare il suo modello economico di base nelle sue relazioni con le imprese multinazionali, sarebbe il Paese ideale per l'introduzione del sistema METR. Essendo un importante Stato ospite per le imprese multinazionali, dispone delle informazioni necessarie sulle loro pratiche commerciali, il che le permetterebbe anche di far progredire l’attuazione del METR in termini di politica fiscale. Inoltre, le sue possibilità di trovare dei Paesi partner per questo sistema sarebbero elevate, visto che la tassazione elvetica delle imprese multinazionali ha un’influenza significativa sulla situazione fiscale di molti Paesi che sono legati alla Svizzera attraverso le multinazionali corrispondenti. Se cercasse tali partner, per esempio, tra i Paesi del Sud dove le imprese svizzere estraggono le materie prime, o tra i Paesi emergenti che sono considerati sbocchi per le imprese di beni di consumo svizzere - come Nestlé o Procter&Gamble -, un’introduzione elvetica del sistema fiscale METR contribuirebbe in modo significativo a una politica di sviluppo svizzera efficace.

Pubblicato il 23.02.2022

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(Traduzione di Valeria Matasci)