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I danni ci sono, i finanziamenti non ancora

24.11.2023, Giustizia climatica

La discussione su chi debba pagare per i danni e le perdite conseguenti al riscaldamento climatico va avanti da decenni. Alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici di Dubai quest’anno, per la prima volta, si negoziano le modalità di pagamento. I risultati urgono.

Delia Berner
Delia Berner

Esperta in politica climatica internazionale

I danni ci sono, i finanziamenti non ancora

Una catastrofe nazionale che si ripete sempre più spesso: la siccità in Kenia.

© Ed Ram /Getty Images

«Nel mio Paese, il Kenia, è già la sesta volta di seguito che non arriva la stagione delle piogge». La sera del 22 giugno 2023, Elizabeth Wathuti parla a voce alta al microfono sul Champ de Mars a Parigi, per farsi sentire dalle migliaia di persone presenti. «Ciò ha causato perdite di raccolti, siccità prolungata e insicurezza alimentare. Ha aumentato enormemente i costi per la nostra agricoltura». Mentre la giovane attivista racconta gli effetti della crisi climatica sullo sfondo della Tour Eiffel e chiede giustizia climatica insieme ad altre e altri che come lei tengono un discorso, il Presidente francese Emmanuel Macron riceve i suoi ospiti da tutto il mondo a un banchetto nel vicino Palais. Per tutta la giornata, su invito di Macron, nell’ambito di un vertice internazionale avevano discusso delle sfide e dei modi per aumentare i finanziamenti a favore dello sviluppo sostenibile nel Sud globale. Il risultato: se ne ridiscuterà alla prossima conferenza.

Il finanziamento internazionale a tutela del clima, che ha come scopo la riduzione delle emissioni di gas serra e l’adattamento al riscaldamento climatico nel Sud del mondo, è da anni legato all’impegno che sono tenuti a dimostrare secondo il diritto internazionale i Paesi industrializzati mediante i loro contributi all’obiettivo di finanziamento collettivo di 100 miliardi di dollari all’anno. Tuttavia, la mancanza di volontà politica negli Stati che causano la crisi climatica ha fatto sì che questa somma non sia mai stata raggiunta.

Alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici di novembre 2022 (COP27) a Sharm el-Sheikh, gli Stati del Sud globale sono riusciti per la prima volta a negoziare il finanziamento dei danni e delle perdite dovuti al clima, anche grazie a decenni di sostegno da parte delle organizzazioni della società civile di tutto il mondo. Eppure già da anni i danni e le perdite si aggirano sui miliardi (le stime variano a seconda della definizione) e colpiscono maggiormente le persone che hanno meno mezzi per prepararsi o adattarsi ai cambiamenti climatici. Inoltre, in Paesi già fortemente indebitati i danni e le perdite portano a un ulteriore indebitamento. L’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM) distingue tra danni o perdite derivanti da eventi graduali (ad esempio l’innalzamento del livello del mare) ed eventi improvvisi (ad esempio tempeste e inondazioni). Oltre alle perdite e ai danni quantificabili a livello economico, si verificano anche danni non quantificabili, come i danni ai beni culturali o agli ecosistemi.

Alla conferenza COP28 di quest’anno a Dubai, il finanziamento “Loss and Damage” sarà uno dei principali temi delle trattative. Le parti contraenti, infatti, si sono date un anno fa il compito di adottare nel 2023 disposizioni più dettagliate su come dovranno essere finanziati danni e perdite. La discussione si limita ai Paesi particolarmente vulnerabili alle conseguenze della crisi climatica. A tal fine dovrebbe essere costituito un fondo ONU a cui contribuiscono gli Stati inquinanti. In questo contesto, si sta discutendo di fonti di finanziamento globali innovative, con le quali si potrebbero far pagare anche attori privati secondo il principio del “chi inquina paga”. «Se tali proposte saranno accettate, potrebbero dover contribuire al finanziamento anche le imprese ad alta intensità di emissioni di tutto il mondo», scrive Robin Poëll, portavoce dell’UFAM, su richiesta di Alliance Sud. Tuttavia, la probabilità che una tale imposta globale a favore del fondo ONU si avveri per ora non è molto alta. In attesa di ciò, la Svizzera potrebbe dare il buon esempio e vagliare l’introduzione di un’imposta di questo tipo almeno sulle imprese che danneggiano il clima in Svizzera, in modo tale da risarcire le perdite e i danni nel Sud globale.

La perdita di fiducia complica le trattative

Il vero pomo della discordia alla conferenza sul clima, tuttavia, sarà probabilmente quello di stabilire quali Paesi debbano versare capitali nel fondo e verso quali Paesi il denaro debba affluire. Per stabilirlo, occorre definire o meglio negoziare quali Paesi sono da considerare particolarmente vulnerabili. Per quanto riguarda la questione ancora più politica di chi debba pagare in quanto Stato inquinante, la responsabilità storica della crisi climatica, chiaramente attribuibile ai Paesi industrializzati, va combinata con l’attuale confronto delle emissioni di gas serra tra i Paesi; in quest’ultimo, i maggiori Paesi emergenti presentano una quota maggiore. I Paesi donatori che finora hanno sostenuto gli obiettivi di finanziamento climatico sono stati definiti nel 1992. La Svizzera intende ora fare in modo che un maggior numero di Paesi debba versare il proprio contributo al fondo. Secondo il portavoce dell’UFAM, «la Svizzera auspica che i Paesi che contribuiscono maggiormente a causare il cambiamento climatico e hanno le capacità necessarie siano tenuti a impegnarsi. Ciò significa, in concreto, che dovrebbero contribuire al finanziamento anche le economie emergenti benestanti con emissioni elevate di gas serra nonché gli attori privati».

Tuttavia, la Svizzera e altri Paesi donatori del Nord globale finora su questo punto si sono scontrati con la resistenza del Sud del mondo. Poiché i Paesi industrializzati non hanno mantenuto le loro promesse di finanziamento, non hanno la credibilità necessaria in termini di giustizia climatica. La Svizzera, ad esempio, non ha calcolato la propria “quota equa” di finanziamento climatico in base alla propria impronta climatica complessiva, ma solo in base alle emissioni sul territorio nazionale. Per non parlare del mancato raggiungimento dell’obiettivo climatico che consisteva nel ridurre le emissioni del 20% entro il 2020. La perdita di fiducia tra Nord e Sud, in ultima analisi, complica anche le trattative in merito a obiettivi climatici più ambiziosi e all’abbandono graduale dei combustibili fossili. I Paesi del Sud globale però devono poter garantire i loro finanziamenti per le energie rinnovabili, per non rimanere emarginati globali.

Il tempo stringe, i danni e le perdite sono già tangibili e in continuo aumento. Anche perché, secondo il rapporto mondiale sul clima, la carenza di finanziamenti per l’adattamento al riscaldamento globale è sempre maggiore. E in ogni caso, le persone non possono adattarsi a qualsiasi cambiamento. Il ministro degli Esteri della nazione insulare del Pacifico Tuvalu l’ha ricordato lasciando un’impressione indelebile quando, poco prima della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici a Glasgow nel 2021, senza esitare si è arrotolato i pantaloni, ha piazzato il suo leggio in acqua e ha tenuto un discorso per richiamare l’attenzione sull’innalzamento del livello del mare.

A Glasgow, Elizabeth Wathuti si è rivolta al mondo intero in occasione dell'apertura della conferenza sui cambiamenti climatici: «Entro il 2025, metà della popolazione mondiale sarà confrontata con problemi di scarsità idrica. E prima dei miei cinquant’anni la crisi climatica avrà fatto sfollare 86 milioni di persone nella sola Africa subsahariana». Nessuna conferenza può porre fine alla crisi climatica da un giorno all’altro. Ma rimediare finanziariamente ai danni e alle perdite già avvenuti è assolutamente necessario.

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© Karwai Tang

Elizabeth Wathuti, giovane attivista per il clima